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1996 - 200

La Scienza della comunicazione tra l’informazione e la dimensione ideologica

Vincenzo Milanesi*
da «Il Gazzettino», 4 ottobre 1996

* attuale Magnifico Rettore dell’Università di Padova,
nel 1996 era Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia.

Vincenzo Milanesi

Il 7 ottobre prossimo si inizieranno all'Università di Padova le lezioni del Corso di laurea in Scienze della comunicazione, del quale verrà attivato, dopo il primo biennio, l'indirizzo in Comunicazioni di massa. Al di là del significato dell'avvio di questa iniziativa didattica quale curriculum professionalizzante, è opportuno fare un attimo di riflessione sulla rilevanza più propriamente culturale, e politico-culturale, di un corso di laurea come questo, imperniato sulla comunicazione.
Non sono pochi i filosofi che hanno visto nella capacità di esprimersi e comunicare attraverso il linguaggio verbale lo specifico dell'uomo rispetto agli animali. Anche se oggi gli studi di etologia inducono a maggior prudenza nel sottoscrivere un simile giudizio, è difficile negare che la comunicazione è diventata sempre più importante nelle nostre società «complesse», e non solo perché la trasmissione e lo scambio di informazioni rende assai più dinamico lo sviluppo economico e favorisce il progresso della ricerca scientifica e tecnologica, ma anche per una ragione per molti versi assai più fondamentale. La comunicazione intesa come «luogo» del confronto, della dialettica, dell'argomentazione pro e contro, è il fondamento della democrazia politica. Senza la possibilità di comunicare non c'è democrazia; senza il dibattito tra le opinioni contrapposte non c'è la possibilità di compiere una scelta libera perché motivata dall'accettazione consapevole di una tesi politica in alternativa ad un'altra ad essa contrapposta. La comunicazione è dunque la condizione necessaria perché ci sia democrazia, anche se ovviamente la democrazia non si esaurisce nella comunicazione.
Bisogna però essere precisi nel definire cosa si intende per «Comunicazione»: la comunicazione non è riducibile alla pura e semplice «informazione»; è qualcosa che presuppone l'informazione, ma che va al di là, consapevolmente e dichiaratamente, dell'informazione.
Sia ben chiaro: non ho alcuna intenzione di sostenere che esiste una distinzione netta, forte, tra queste due nozioni, perché sono e resto convinto che sia impossibile ottenere una «informazione» allo stato puro, separando con un solco incolmabile i «fatti» dalle «opinioni». Però sono anche convinto che sia possibile, anzi necessario, cercare di distinguere i «fatti» dalle «opinioni» quando si fa informazione, pur nella consapevolezza dell'impossibilità di giungere ad una distinzione piena, assoluta, tra la descrizione e la narrazione di ciò che accade e il retroterra di convinzioni, di valori, di ideali che ciascuno di noi si porta dietro.
La dimensione «ideologica» in senso lato - e non uso il termine nella sua accezione più propriamente marxiana - è costitutiva del nostro essere uomini, e non c'è «ideologia» più subdola e più pericolosa di quella che proclama la morte di tutte le «ideologie»: perché dietro le «ideologie», intese come le si intende qui - ci sono i convincimenti più profondi di ciascuno di noi, quelli ai quali non si può rinunciare senza rinunciare nel medesimo tempo ad essere uomini, e non marionette, burattini mossi da un filo sottile, invisibile magari, ma non per questo meno forte e robusto.
La distinzione tra i «fatti» e le «opinioni» è dunque un ideale regolativo, un ideale-limite cui è impossibile arrivare ma che non per questo non deve essere perseguito, per quanto umanamente possibile. Ma per farlo davvero, questo sforzo, bisogna avere il coraggio di dichiararli, di esibirli, di tirarli fuori, quei convincimenti profondi, quegli ideali politici ma che sono prima ancora morali, che suscitano le nostre passioni civili e motivano i nostri comportamenti nel sociale. Avere il coraggio di esprimere i propri punti di riferimento, di manifestare il proprio «credo» politico, di non nascondere la propria «ideologia»: è questo il presupposto per costruire. un universo comunicativo non ipocrita, non falso, non mistificante l'espressione libera e vitale di ciascuno.
La dimensione della comunicazione richiede, se vuol essere vera e piena, il rapportarsi tra loro e il richiamarsi costante di «fatti» e «opinioni», in una dialettica di posizioni «ideologiche» che non tenta di contrabbandare le espressioni di linee politiche diverse e spesso contrapposte attraverso il paravento di una «neutralità» impossibile, se pretende di essere assoluta, ma che può essere indicata come meta da raggiungere - anche se in senso relativo - solo se si ha l'onestà morale ed intellettuale di dichiarare sempre i presupposti «ideologici», - ineliminabili - dei nostri discorsi, delle nostre parole, del nostro «agire comunicativo».
Solo all'interno di queste coordinate concettuali che riconoscono la inscindibilità di «fatti» e «opinioni» pur nella necessità morale di tendere verso una loro distinzione si può sviluppare una comunicazione intersoggettiva vera, dove lo spazio dell'argomentazione è popolato di affermazioni su dati di fatto ed insieme di dichiarazioni di fede in ideali diversi e conflittuali, in una dialettica che può legittimamente aspirare ad ottenere il consenso attraverso una esplicazione di capacità di persuasione risultato non di volontà di condizionamento della libertà degli altri, ma di efficacia e serietà di comunicazione.

(15 settembre 2006)