Editoriale
di Michele A. Cortelazzo
Presentazione al volume di Arjuna Tuzzi, Le cento professioni della comunicazione, Roma, Carocci, 2006, pp. 7-11
Tra i temi ricorrenti, quasi luoghi comuni, che accompagnano gli interventi giornalistici, anche di illustri accademici, sull’attuale situazione dell’Università italiana, c’è certamente il tiro al bersaglio contro i corsi di laurea in Scienze della comunicazione, visti come una fucina di disoccupati, non adeguati alle richieste del mercato produttivo, abbindolati da Università in cerca di clienti, scarsamente preparati o preparati su argomenti futili, mentre le competenze che veramente servirebbero per formare un solido comunicatore sarebbero lasciate da parte.
Le accuse sono lanciate senza mezzi termini. Dario Antiseri, nell’articolo I fronti deboli dell’istruzione,apparso nel «Sole 24 Ore» del 2 settembre 2004, trova addirittura che “è ragione di disperazione pensare che nelle nostre università circolano quest’anno ben 53mila iscritti a scienze della comunicazione. Nell’anno accademico 2003-2004 gli immatricolati a scienze matematiche sono stati 1.848 e a scienze e tecnologie chimiche 1.869, di fronte alle 15.479 matricole di scienze della comunicazione e alle 10.403 matricole di scienze e tecniche psicologiche. E qui c’è da chiedersi: quale rettore o preside è stato così onesto da far presente ai 53mila giovani iscritti a scienze della comunicazione che saranno in grandissima maggioranza condannati alla disoccupazione? Che andranno incontro alle più cocenti delusioni?”. Concetto ribadito, quasi con un taglia e incolla, poche settimane dopo: «Dichiara [il prof. Tosi, allora Presidente della CRUI, Conferenza dei Rettori delle Università italiane], lodevolmente, che lo studente non può essere considerato un consumatore in attesa di voraci istituzioni universitarie. Ma qui verrebbe da chiedergli: i 53mila giovani iscritti ai corsi di laurea in Scienze della comunicazione sono o non sono preda di voraci istituzioni universitarie? E se è vero che i laureati sono aumentati del 15% nell’ultimo anno, sarebbe però opportuno sapere quanti sono stati i laureati in matematica, fisica o biologia». (Dario Antiseri, Concorsi, Il Rischio Localismo,«Il Sole 24 Ore», 6 ottobre 2004).
A sua volta, Francesco Sabatini, presidente dell'Accademia della Crusca, ha un’idea molto fosca delle abilità linguistiche acquisite a Scienze delle comunicazione: «ci sono poi le facoltà nuove delle Scienze della comunicazione che hanno torti anche maggiori perché lì la comunicazione dovrebbe rappresentare lo scopo principale e si fanno tante chiacchiere di comunicazione ma poco o nulla che riguardi l'uso della lingua» (nella pagina ComunicAteneo di «Italia Oggi», 15 dicembre 2004).
Che dire? Lette queste inappellabili stroncature, espresse da voci così autorevoli, verrebbe da riconoscere che i corsi di laurea in Scienze della comunicazione sono davvero una delle iatture dell’Università italiana, sono progettate senza alcuna seria idea culturale e senza alcuna considerazione del destino degli iscritti, hanno il solo scopo di cavalcare l’onda della moda per procacciare clienti alle Università italiane.
Ma a ben guardare, questi interventi sembrano fondarsi su dati apparentemente patenti, ma che nascondono una realt à più sfaccettata, o addirittura su stereotipi più che su dati reali. E quindi, tanto per portare qualche documentato argomento contrario, a Francesco Sabatini, con il dispiacere di dover ribattere a un Maestro da cui tanto ho imparato, devo ricordare che è stato proprio il piano di studi di Scienze della comunicazione a prevedere per primo già nel vecchio ordinamento, su iniziativa, credo, di Umberto Eco, corsi di scrittura per sviluppare le abilità di elaborazione di testi; proprio quei corsi che poi, nel nuovo ordinamento, sono stati introdotti un po’ in tutte le Facoltà umanistiche (e a volte anche in quelle non umanistiche), con il pieno appoggio e la piena soddisfazione di noi docenti del settore della Linguistica italiana. È vero che non tutti i nuovi corsi di laurea in Scienze della comunicazione hanno seguito il modello dei corsi con maggiore esperienza e alcuni di essi ritengono che non sia necessario o non valga la pena sviluppare le abilità operative e le conoscenze scientifiche relative alla lingua italiana (a cominciare dalla LUISS, proprio nel corso di laurea in cui insegna Dario Antiseri, o dall’Università Vita-Salute San Raffaele, come ho avuto modo di scrivere nel «Corriere del Ticino» del 23 gennaio 2006); ma in linea generale l’attenzione ai problemi della lingua italiana e della produzione dei testi verbali è una delle costanti della maggior parte dei corsi di Scienze della comunicazione.
Più complesso prendere posizione sulle affermazioni di Dario Antiseri, il quale, insegnando anche Metodologia delle scienze sociali, ha certamente maggiori capacità di me di leggere la realtà che sta dietro ai dati riportati. È indubbio che con la riforma degli ordinamenti universitari i Corsi di Scienze della comunicazione si sono moltiplicati (passando dalla quindicina attivati con il vecchio ordinamento ai 74 dell’a.a. 2005-06), così come sono aumentati, di conseguenza, gli iscritti; ma la tendenza all’aumento degli immatricolati, che ha trovato la sua acme proprio nell’anno di avvio del nuovo ordinamento, con il picco di 19.587 immatricolati dell’a.a. 2001-02, è già cessata, e la china è costantemente discendente dal 2002-03 e siamo giunti, nel 2005-06, a 12.577 immatricolati (dati dettagliati si trovano nel sito della Conferenza Nazionale delle Facoltà e dei Corsi di laurea in Scienze della comunicazione: www.comferenza.it). Inoltre, ulteriore elemento di complessità, la distribuzione dei Corsi di laurea in Scienze della comunicazione non è omogenea nel territorio italiano, come posso osservare nel virtuoso sistema universitario regionale in cui opero, quello veneto, il quale, non contando la sede feltrina dello IULM, ha aperto due soli corsi di laurea in Scienze della comunicazione, entrambi a numero programmato (quindi con non più di 450 immatricolati all’anno), in ragione delle necessità didattiche di un corso di laurea che ha l’intrinseca esigenza di affiancare alla formazione teorica attività pratiche di laboratorio.
Ugualmente intricata e non sempre immediatamente trasparente è la condizione del mercato del lavoro e la sua capacità, così messa in discussione, di assorbire i laureati. Si deve dire, però, che i corsi di laurea in Scienze della comunicazione sono stati tra i più attenti a monitorare da subito le prospettive occupazionali e il tipo di preparazione dei propri laureati, almeno a cominciare dal dossier apparso nel n. 4 del 1998 (a. XXIII) della rivista «Problemi dell’informazione», allora diretta da Paolo Murialdi, che contiene, tra l’altro, un contributo di Barbara Mazza su Comunicatori: tipologie di professionalità, formazione e prospettive occupazionali e uno di Valentina Archimede, consistente in una Prima analisi sui laureati.
Proprio per le complesse condizioni del mercato del lavoro, delle reali prospettive occupazionali dei laureati, della professionalità richiesta, mi sono posto qualche anno fa, precisamente nel 2004, il problema di sapere quale fosse stato l’esito professionale dei laureati del corso di laurea in Scienze della comunicazione dell’Università di Padova, che in quel momento presiedevo. Da una parte si avvicinava una scadenza fatidica, il decennale del corso di laurea patavino, che aveva iniziato i corsi nel 1996, dall’altra ero reduce dall’esperienza maturata nell’ambito del progetto CampusOne, un’esperienza faticosa e non del tutto positiva per il vuoto formalismo ingegneristico di alcune procedure (auto)valutative, ma comunque altamente istruttiva. In tale esperienza avevo acquisito la coscienza dell’importanza della raccolta sistematica di dati, del monitoraggio dei punti di forza e dei punti di debolezza del corso di laurea, dell’attenzione al mondo del lavoro e alle richieste delle cosiddette parti interessate (che Sabatini e la Crusca mi perdonino per l’ineleganza dell’espressione, ma non è mia!): azioni che il progetto CampusOne, incentrato sui corsi triennali appena attivati, non poteva sviluppare che in forma e misura marginali, ma di cui ha fatto sentire l’esigenza; domande a cui non poteva dare risposte generalizzabili, per l’inevitabile aneddoticità di ogni esperienza individuale, la sola osservazione dell’inserimento nel mondo del lavoro dei propri laureati da parte di docenti attenti e interessati (anche nel caso di esperienze significative e narrate in modo brillante, come ha fatto il nostro collega Fabrizio Tonello, che nella « Repubblica delle Donne» del 6 maggio 2006, p. 64, è riuscito a raccontare di Luca «che a tre anni dalla laurea è sposato e ha un figlio in arrivo. Ha collaborato con il Corriere della Sera per due anni senza che gli facessero non dico un contratto, ma nemmeno un borderò mensile accettabile. Adesso fa il caporedattore in un piccolo settimanale sportivo a Vicenza, con un contratto a progetto: i 1000 euro stanno diventando un obiettivo a portata di mano» e di Linda, che «un contratto ce l’ha, non sono proprio 1000 euro, ma quasi. Appena laureata a Padova ha trovato lavoro in una ong, si occupa di comunicazione ed è contenta di ciò che fa. È riuscita perfino a sposarsi e ad andare a vivere con il marito in campagna»).
C’era la necessità, quindi, di un’indagine sistematica, che superasse le parziali conoscenze dei singoli e che potesse dare ai docenti del corso di laurea informazioni utili per calibrare il loro insegnamento e per guidarli nel ridisegno dell’offerta didattica avviato dal D.M. 270, del 22 ottobre 2004; e, più in generale, per permettere di conoscere, al di là degli stereotipi diffusi e delle impressioni personali, la condizione vissuta dai laureati in Scienze della comunicazione a Padova una volta lanciati sul mercato del lavoro.
A occuparsi dell’indagine è stata Arjuna Tuzzi, che ha pensato di realizzare la ricerca come attività didattica nei suoi corsi di statistica sociale e di metodologia della ricerca, impegnando nei rilevamenti gli studenti di Scienze della comunicazione, di nuovo e di vecchio ordinamento. Credo che in questo stia una delle maggiori novità e dei maggiori pregi della nostra ricerca; e credo che il successo, in termini di numero di risposte ottenute, possa dipendere proprio dal fatto che i rilevatori sono stati gli studenti, altamente motivati. Fatto sta che l’indagine censuaria è potuta andare in profondità e ha saputo coinvolgere gli indagati in misura ben maggiore di quanto accada normalmente nelle indagini campionarie in generale, e in quelle sugli esiti occupazionali dei laureati in particolare.
Ora presentiamo i risultati. Che hanno, prima di tutto, una valenza specifica, locale, relativa alle prime generazioni di laureati in Scienze della comunicazione dell’Università di Padova. Sono risultati confortanti, anzi decisamente positivi, anche se vanno valutati nel loro contesto: si riferiscono ai laureati più regolari delle prime coorti degli iscritti al corso di laurea, cioè le coorti più motivate e più selezionate (con pochi corsi di laurea attivati, gli aspiranti erano ben più di mille all’anno e provenivano in misura significativa anche da fuori regione). E quelle che, giunte alla laurea, non hanno dovuto confrontarsi, almeno nel territorio, con la concorrenza dei laureati degli anni precedenti. Sono risultati sui quali dovremo riflettere con attenzione per quel che riguarda sia gli sbocchi occupazionali, sia il giudizio a posteriori dato sull’offerta didattica, sui suoi punti di forza e su quelli di debolezza.
Non mi nascondo che la ricerca ha un limite rilevante, quello di riferirsi al passato e non al futuro, avendo per oggetto gli studenti che, iscrittisi al corso cinque-dieci anni fa, hanno fatto in tempo a laurearsi, a cercare un lavoro e, nella maggior parte dei casi, a trovarlo. Questo limite è inevitabilmente insito in qualunque ricerca sui laureati, ma in questa circostanza ha un peso ancora maggiore, perché i risultati si riferiscono a un ordinamento accademico non più in vigore. Però, proprio per ovviare a questo limite, la ricerca sui primi laureati del nuovo ordinamento è già partita.
Ma l’interesse di questa ricerca va ben oltre l’orizzonte locale, dal momento che si tratta, allo stato attuale, del quadro più dettagliato sul rapporto tra formazione universitaria e sbocchi occupazionali nel campo della comunicazione. In questa prospettiva, appare particolarmente importante, proprio per il suo valore generale (al punto da farne quasi il punto principale di interesse del libro) l’appendice con il Repertorio delle cento professioni della comunicazione, nel quale, partendo dalle professioni esercitate dai laureati padovani, si è ricostruito un ampio panorama di profili professionali cui possono aspirare i laureati in Scienze della comunicazione. Il repertorio presente in questo volume approfondisce e integra così per il nostro settore, in misura quantitativamente molto rilevante, un filone di interesse da anni coltivato dall’Università di Padova, come dimostra la pubblicazione di un regesto come Il repertorio delle professioni dell'Università di Padova, a cura di Luigi Fabbris (Milano, F. Angeli, 2001), giunto ora alla seconda edizione (Padova, CLEUP, 2005).
In conclusione, mi pare che la ricerca presentata in questo libro sia una ricerca interessante, e importante, non solo per offrire spunti ai docenti del corso di laurea patavino ora alle prese con il ridisegno dell’offerta formativa, o per costituire comunque un quadro di riferimento per i colleghi degli altri corsi di laurea in Scienze della comunicazione; ma anche per dare indicazioni a chi (imprenditori, pubblici amministratori) nel mondo del lavoro ha bisogno di comunicatori, ma non sa quali sono le competenze acquisite dai laureati in Scienze della comunicazione e magari le va a cercare in direzioni sbagliate, in laureati meno competenti dei nostri; per dare un orientamento documentato a chi vuole iscriversi a Scienze della comunicazione, partendo da un’idea nebulosa e non sempre conforme a quello che Scienze della comunicazione davvero offre; per dare una speranza, avvalorata dall’esperienza, ai laureati in crisi depressiva perché a 6 mesi dal conseguimento del titolo non hanno ancora un contratto stabile; per offrire, infine, dati e informazioni a quanti nei giornali scrivono di Scienze della comunicazione, collegandola solo ai Rossi di turno, laureati ad honorem, alle veline e ai vincitori del Grande Fratello
Per i ricchi, utili e stimolanti materiali pubblicati in questo volume dobbiamo essere grati ad Arjuna Tuzzi, a tutti gli studenti che hanno partecipato alla ricerca, ed anche ai laureati che con le loro attente testimonianze hanno permesso di disegnare un quadro ampio e dettagliato della formazione ricevuta e dell’esperienza lavorativa. Anche questo è un prodotto che mostra che cosa sanno fare gli studenti di Scienze della comunicazione, compresi quelli di nuovo ordinamento. Lascio ai lettori valutare se si tratta di qualcosa di futile o comunque di poco utile, che cela chiacchiere sulla comunicazione e rivela poche competenze concrete o scarse capacità linguistiche.
(15 settembre 2006)

